titolo mostra “RURAL ART MARKET • PRIMA EDIZIONE” a cura di Ramiro Camelo, 2025, (pubblica_lab, Sant’Omero), fotografia analogica, colore, 27.5 x 22.8 cm

FORME PERDUTE, fotografia analogica, colore, 10 x 15 cm

La fotografia, più che catturare il reale, lo rivela: scompone, trasfigura, reinventa. È un modo di vedere che cerc nel quotidiano forme inaspettate, luci che si insinuano negli interstizi, corrispondenze segrete tra oggetti e superfici. Nell’opera Forme Perdute, un riflesso diventa orizzonte, un dettaglio si fa paesaggio, frammenti di oggetti nascosti generano un nuovo scenario. Lo scatto diventa così un atto di costruzione e di immaginazione, capace di restituire al reale la sua parte invisibile, quella che si rivela solo a chi sa sostare, guardare e lasciarsi sorprendere. L’ambiguità dello sguardo diventa il cuore del lavoro. Non c’è un soggetto riconoscibile, ma un invito a sostare nella soglia dell’incertezza, dove l’occhio è costretto a cercare, a immaginare. La luce scava nella trasparenza di una materia effimera, creando rilievi, linee, abissi: come se un microcosmo riflettesse, in scala minima, l’immensità del mondo naturale. Ogni superficie diventa una soglia, ogni riflesso un varco attraverso cui la realtà si trasforma in visione. In questo dialogo tra materia e immaginazione, la fotografia si lega idealmente ai territori rurali: spazi in cui il tempo scorre lento, dove le forme si consumano e si rinnovano nella luce dei giorni. Come la terra conserva le sue tracce, anche quella fragile sostanza custodisce una memoria mutevole, pronta a dissolversi e rinascere. Forme Perdute diventa allora un esercizio di attenzione, un atto di cura dello sguardo: un modo per ritrovare, anche negli oggetti più semplici, la possibilità del mistero, la presenza silenziosa del paesaggio dentro le cose.

VISIBILE NON VISIBILE, fotografia analogica, colore, 10 x 15 cm

In questa immagine, la materia resta anonima: non offre definizioni ma possibilità. Potrebbe essere una porzione di roccia erosa dal vento, una fenditura di ghiaccio che custodisce il respiro dell’inverno, un cristallo nato dalle profondità della terra o un paesaggio remoto dove la natura si rigenera in silenzio. Ciò che si vede non è la verità chiara, oppure potrebbe esserlo. La percezione si muove su un confine incerto: ciò che è reale si traveste da immaginario, ciò che è vicino si mostra come lontano, come un frammento del mondo che conserva ancora i segni della sua origine naturale. La superficie diventa un terreno da esplorare, un suolo che cambia forma sotto lo sguardo. Visibile non visibile è una soglia: un invito ad accogliere l’idea che la realtà non sia mai univoca. Mostra e
cela, rivela e inganna, come la terra che protegge e nasconde allo stesso tempo le sue radici, i suoi strati, le sue memorie. Osservare significa avere fiducia nel fatto che ciò che appare non esaurisce ciò che è. Significa credere che la verità non sia fissa, ma viva nei movimenti della luce, nei cambiamenti della materia naturale, nello scorrere del tempo che plasma ogni forma. È un atto di meraviglia: riconoscere nella semplicità di un dettaglio l’immensità del paesaggio, nella fragilità di una superficie l’infinita profondità dell’essere.

SUPERFICIE, fotografia analogica, colore, 10 x 15 cm

L’immagine non si limita a mostrare ciò che appare: indaga, scava, disvela, come farebbe uno sguardo che penetra la pelle della terra. La superficie è il primo incontro, il terreno visibile in cui l’occhio riconosce forme familiari e le emozioni affiorano come onde leggere. Ma basta superare quel velo sottile perché il senso si complichi, si frantumi, si trasformi proprio come accade nelle profondità del suolo, dove radici e minerali custodiscono storie antiche. Più si scende in profondità, più si entra nell’ignoto dell’essere: un sottosuolo di domande, zone oscure e indecifrabili in cui la verità naturale e quella interiore si intrecciano senza confini. Qui la materia si comporta come un paesaggio in continuo mutamento: ciò che sembra solido può sgretolarsi, ciò che appare fragile può resistere. Superficie propone una soglia: ciò che emerge alla luce e ciò che rimane sepolto convivono nello stesso spazio, come accade nei cicli della natura, dove ogni vita visibile nasce da una presenza nascosta. Fotografare significa allora accettare che la realtà sia fatta di strati, sedimentazioni, metamorfosi. Significa accogliere il dubbio, lasciarci attraversare dalle forze della materia senza pretendere di dominarla.